Tra emergenze inventate e problemi veri: Caro Ministro Costa…

di Gianfranco Nappi – A PROPOSITO DI TERRA O TERRE DEI FUOCHI

CARO MINISTRO SERGIO COSTA…

Cosa è che non consente di vincere al momento la partita della legalità, della qualità ambientale e di vita in un territorio così importante, così carico di storia e di cultura come quello che si ritrova tra Caserta e Napoli?

Quella Terra Felix di cui i Romani intuirono tutte le potenzialità;  in cui gli Spagnoli realizzarono un sistema di governo delle acque superficiali unico; di cui i viaggiatori del Gran Tour rimasero incantati, Goethe ha lasciato delle parole straordinarie sul suo viaggio in  carrozza da Roma a Napoli :

“ Finalmente entrammo nella pianura di Capua, e più tardi in Capua stessa, dove sostammo verso il mezzodì. Nel pomeriggio attraversammo una bella pianura. La strada correva fra campi di grani di un verde stupendo, e le piante di quello raggiugevano l’altezza di un palmo. I campi erano circondati da piante di pioppi, e da queste pendevano ad una certa altezza i tralci della vite. Si arriva per tal guisa a Napoli, traversando una contrada di terreno fertile, leggiero, diligentemente coltivato, dove i tralci delle viti, rigogliosi quanto mai si possa dire, si stendono da una pianta di pioppo all’altra, formando quasi una specie di rete.”

Terra di Lavoro che così si chiamava perché la terra non smetteva mai di ‘farsi’ lavorare e di produrre cose buone.

E poi venne l’industrializzazione diffusa e l’agricoltura cedette il passo, in parte, agli insediamenti industriali. E così, nelle lotte della terra e nelle lotte operaie vissero elementi fondamentali di civiltà, di cura del territorio.

Questa porzione di territorio campano viveva una sua identità.

Poi l’identità è stata travolta.

Il terremoto dell’80 che riversò sulla costa Domitia migliaia di napoletani.

Il terremoto dell’80 che spinse ad una crescita del tessuto di città medie, già densissimo, sregolata e incontrollata . Si determinò così un continuum urbano tra Napoli e Caserta fatto di cemento e asfalto tantissimo e servizi e vivibilità niente. Ma la rendita fondiaria andò a mille. E oggi, quante ore della nostra giornata, tra Melito, Giugliano,Villaricca, Orta di Atella, Succivo…passiamo nella morsa del traffico? L’altra settimana sono andato ad un incontro di lavoro con dei veterinari a Giugliano. Sono uscito a Melito con il raccordo. Ho impiegato quasi un’ora per fare non più di 5 chilometri: e chi ci vive lungo quelle strade, che aria respira 365 giorni all’anno? E a questa ‘emergenza’ chi ci pensa?

Il colpo finale venne dai processi di deindustrializzazione che lasciarono dietro le loro spalle un pieno di volumi vuoti: quelli delle fabbriche chiuse e dei lavoratori licenziati e precarizzati.

E quei vuoti furono ‘riempiti’ dall’esplosione della diffusione dei Centri Commerciali con una concentrazione che credo non ha avuto precedenti in Europa per dimensione : altro cemento, altro asfalto, altro suolo impermeabilizzato. E altri movimenti terra…altro calcestruzzo…altre cave estrattive…

E la camorra ha accompagnato  questi  processi, incrociandoli  con  la diffusione dello spaccio  della droga e delle attività economiche in nero. E poi, negli anni ’90 con l’avvio dei percorsi di immigrazione privi di ogni politica di inclusione programmata e organizzata. E, da ultimo ma non per ultimo, il ciclo illegale di gestione dei rifiuti , del loro smaltimento.

Un territorio, alla fine, privo di identità positiva.

Colpito duramente dalla crisi economica degli ultimi 10 anni.

Alla fine, circuiti economici che producono valore, tanto valore ma che invece di costruire distruggono socialità, qualità ambientale, diritti sociali e civili e, spesso, legalità.

E’ su questo tessuto che è intervenuta la crisi dei rifiuti del 2006-2008. E’ su  questo tessuto che è esplosa tra il 2011 e il 2016 la Terra dei Fuochi.

Se non ti misuri con la complessità di questa situazione, come fai a recuperare una prospettiva diversa?

Ma davvero si pensa che militarizzando tutto abbiamo risolto il problema?

E’ proprio perché da oltre venti anni ci si affida ad una  cultura dell’emergenza che nonostante tutto non si esce da questa situazione.

E uscire da una cultura dell’emergenza significa rispondere ad una domanda semplice: ma quale deve essere il progetto di futuro per questo territorio? Come lo si individua e come lo si costruisce? Come si costruisce una nuova identità che non potrà mai più essere quella passata, ma che è indispensabile?

E più questo progetto sarà chiaro, sarà costruito in modo partecipato con le comunità dei territori, più i cittadini potranno guardare al territorio in cui vivono come al ‘loro’ territorio: a cui non recare offesa, da difendere contro ogni offesa.

Solo se cresce una inedita predisposizione al paesaggio, al bello, all’aria pulita, al valore del ‘comune’, di quello che non è mio di proprietà ma che è pubblico, e quindi mio in altro modo.

Dice: “ Ehh, hai voglia, ma quanto tempo ci vuole? Noi abbiamo i problemi da risolvere qui ed ora…”.

Ed infatti, dico io, proprio perché da venti anni buoni non riusciamo a superare questa logica dell’emergenza è da venti anni buoni che non riusciamo ad uscirne e, come le sabbie mobili, più ci sbattiamo e più affondiamo. Non è così?

Restituire fiducia. Costruire fiducia. In un recente e importante convegno tenuto a Città della Scienza con la Lega delle Cooperative l’architetto Andreas Kipar ha usato l’espressione : coltivarepiù che costruire. Ecco, coltivare richiede un tempo. Ma quel tempo impiegato è alla fine un tempo guadagnato.

Del resto le energie sul territorio ci sono, e sono anche tante.

Dalla rete di realtà di produttori di eccellenza in campo agroalimentare e caseario, con prodotti che in poche altre parti del paese hanno una tracciabilità così rigorosa, a Presidi come quelli di Slow Food, alla realtà delle imprese sociali nate sui beni confiscati ad una camorra tra le più violente e oppressive; dall’iniziativa, in mille forme, dell’accoglienza e della solidarietà che vede in prima fila Chiesa e terzo settore alla realtà del mondo della scuola, della ricerca, delle Università, alla rete delle emergenze culturali di cui la Reggia rappresenta un estremo lungo un asse nel quale si ritrovano le Basiliche Paleocristiane di Cimitile, Carditello, Capua, l’antica Litaernum, Suessola, …, a tante forme di espressione culturale, artistica, letteraria, musicale che coinvolgono tanti giovani; da un movimento ambientalista ricco di cui Legambiente è spesso alla testa ad esperienze come quella di Teverolaccio a Succivo con i suoi Orti sociali, al mondo del lavoro con tutte le sue articolazioni a tante amministrazioni comunali che ‘combattono’ in trincea ogni giorno con nuovi e giovani amministratori, all’impegno delle forze dell’ordine, della magistratura.

E’ a queste energie che un Progetto di rinascita deve far riferimento, è sulla loro mobilitazione che si deve fondare.

E allora, caro Ministro Costa, tu che conosci bene questo territorio, tu che ne sei stato espressione e difensore, perché non ti rendi protagonista di un percorso del genere?

E, a vedere bene, c’è una base progettuale di alcuni anni fa, anche questa…mi dispiace…lasciata in eredità dalla Giunta Bassolino …che individuò l’asse dei Regi Lagni, 57 chilometri dai contrafforti dell’Appennino alle spalle di Nola fino al mare tra Castelvolturno e Mondragone, come innervatura  ambientale intorno a cui farlo vivere questo progetto di legalità, di bonifica e di sviluppo nuovo partecipato : oltre 100 associazioni del territorio, insieme a tutte le Amministrazioni locali, la Provincia di allora, furono coinvolte, con le Università. Risorse stanziate. Tu stesso, del resto, con il Corpo Forestale, ne fosti protagonista: intorno all’emergenza ambientale più alta, quella dei Regi Lagni far partire la sfida più ambiziosa di un’altra idea di sviluppo per l’intero territorio.

E Carditello, con la sua Agenda 21 divenne emblema di questo percorso.

E in quel progetto ci fu anche un rapporto con Novamont che doveva aprire un suo nuovo stabilimento nel Mezzogiorno per produrre mater bi. E io ricordo che andai a Roma per incontrare Katia Bastioli, l’amministratrice delegata di Novamont : volevamo, pensate un po’, far diventare la Campania la prima Regione che eliminava i sacchetti di plastica, nel mentre eravamo nella crisi dei rifiuti…E lei accolse subito l’invito ad immaginare l’investimento, dal così alto valore ambientale ed emblematico, proprio in Campania e a Caserta, in uno di quei vuoti lasciati dalla deindustrializzazione, rimettendo a lavoro anche una parte di lavoratori espulsi dal processo produttivo insieme a giovani tecnici.

Poi finì l’esperienza di Bassolino e poiché tutto quello che era stato fatto o impostato in quella esperienza doveva essere priva di qualsiasi valore positivo… con Caldoro si interruppe il lavoro intorno a questa idea e Novamont poi l’investimento lo fece lo stesso ma in Sardegna…

Lo si vada a rivedere quel Progetto dei Regi Lagni. Ci si mettano ‘cappelli nuovi’, lo si innovi anche.

Oppure se ne immagini uno equivalente o più forte ancora.

Ma ci si metta su questa strada.

Spero che tu lo faccia caro Ministro : e l’Ambiente è cosa tua, non del Ministro dell’Interno.

Poi poiché di quel Progetto in Regione Campania vi è tutto perché tutto da lì partì…si veda anche a quel livello istituzionale se c’è qualcosa che si può dire.

Goethe non tornerà. E però…nonostante tutto, l’Alberata aversana sta rinascendo.

C’è speranza da coltivare, come dice il mio amico Andreas.

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