Un pensiero ed un’etica nuova per l’Europa.

il

A cura di Rosanna Bonsignore

Studio del Professore, mercoledì pomeriggio, 29 novembre 2018: in comode poltrone, in cerchio, attentissimi ad ascoltare in ineffabile familiarità.

Gianfranco  Nappi : Grazie Aldo perché ci hai accolto qui. Io vorrei subito chiederti di affrontare la tematica lanciata da Michele Mezza con  il libro “Algoritmi di libertà”. Ricordo una tua citazione ricavata dall’intervista fatta a te da Antonio Gnoli nel 2016   e pubblicata su La Repubblica , “  il nostro  tempo storico ci mostra qualcosa di paradossale:  nel massimo della connessione informatica l’uomo sta vivendo il massimo della sconnessione civile. Il compito della politica, al di là delle esigenze amministrative, dovrebbe essere quello di ricreare una tensione verso l’unità, la connessione appunto. Non virtuale ma dei corpi. Ma ho paura di parlare invano.” Di fatto nell’epoca della connessione totale siamo sconnessi tra di noi e Michele Mezza, nella sua analisi della società digitale, evidenzia che la divisione comincia ad essere tra chi conta e chi   ècontato, tra chi ha la proprietà, il comando e il controllo della produzione  dei dati – che è diventata una delle più grandi fonti di  ricchezza– e chi passivamente è in contatto. Propongo di avere tue ulteriori riflessioni.

Aldo  Masullo: Certamente la situazione nella quale ci troviamo oggi, determinata dalle rapidissime  trasformazioni tecnologiche e dalla messa in opera di mezzi di comunicazione di massa estremamente potenti, comporta due conseguenze  complementari ed opposte. La prima conseguenza è che si formano nuovi centri di potere, non più poco visibili nel loro operare, ma del tutto invisibili:  come le grandi proprietà dei sistemi di comunicazione, di analisi, di raccolta dei dati. Soprattutto i famosi big data sono la vera croce del nostro tempo. La seconda conseguenza è che sempre meno le popolazioni sono popoli.  Lasciando stare la difficoltà di definire il popolo, che non ci tocca in questa sede, certamente una volta – più o meno – ci sentivamo popolo, un noi stare tutti insieme. Una volta lo scambio sociale impegnava le persone in carne ed ossa. Oggi non più. Perfino l’amore si fa per telefono. Non ci sono più corpi pensanti, ma informazioni: siamo diventati tutti delle ombre.Naturalmente questa massa di ombre scambiacome le ombre soltanto possono scambiare. Nello scambiare, esse non fanno altro che deporre quel tanto di corporeo, che ancora rimane, nelle braccia elettroniche delle società che raccolgono dati. Si badi bene.

La mia corporeità non è soltanto il mio corpo : sono i miei gusti, le mie frequentazioni, le mie aspettative, le mie paure. Questo rastrellano i grandi raccoglitori di dati. 

Gianfranco Nappi: e tutto diventa circuito di valorizzazione economica 

Aldo Masullo: Certamente! Potremmo addirittura dire che la nostra mercificazione avviene in un modo ben più potente, subdolo ed estraniante che nella società borghese analizzata da Marx. Espropriata ora è la soggettività di ognuno di noi, espropriata è la storia depositatanei nostri desideri, nei nostri gusti. La storia non ha più peso nel rapporto tra le persone. Noi  restiamo meri consumatori, tanto piùconsumatori quanto più consumati dai mezzi di analisi che frugano  nella nostra intimità. E’ questo il grande problema per essenza politico. Si pongono più che mai le domande: dove è il potere? da chi io sono spadroneggiato? in che modo io posso difendere un minimo della mia autentica “ proprietà privata?                                                                                                   

E’ un’espropriazione di massa, ma non è solo un’espropriazione, uno spoglio di proprietà. E’ anche una sorta di anatomia capillare,    attraverso cui ci s’impossessa della nostra interiorità, per fare la mappa di un più stringente sfruttamento. Ma nel dominio economico si nasconde il dominio politico da parte di centri di potere che sfuggono completamente al nostro controllo.

Gianfranco Nappi: Hai fatto un quadro denso e concentrato sul nostro mondo. Questo meccanismo (la disconnessione)  è anche un meccanismo della frantumazione del tempo, della vita quotidiana di ciascuno di noi che ha il ritmo del post, dell’attesa che a quel post ci sia il “mi piace”. In un succedersi infinito deprivato di senso dentro questa  frammentazione, si perde anche la processualità delle cose, si perde la dimensione dell’ origine delle cose e si frantuma la memoria. Noi siamo  essenzialmente senza memoria. Questa atomizzazione dell’individuo èsolitudine che non è la solitudine che spinge alla ricerca dell’altro, alla condivisione (e ti chiedo Aldo di darmi conferma se ho capito bene) non è la solitudine che spinge a patire – nel senso dipathos come scrivi  in “Arcisenso”: provare la vita. Invece è la solitudine come chiusura, come isolamento, come rifiuto a “provare la vita”. Importante è chiedersi come si ricostruisce questa connessione, come riconnettersi al passato e ricostruire una memoria senza la quale è ben difficile capire il presente e proiettarsi verso il futuro.

Aldo Masullo:  Il tempo non è altro che la nostra stessa vita. Non c’è il tempo, c’è la vita: quel che noi chiamiamo tempo è la misurazione, la simbolificazione di questa misurazione del flusso di cambiamenti che costituisce la vita di ciascuno di noi. Naturalmente la vita misurata come tempo è una cosa, un’altra cosa è il tempo vissuto da ciascuno di noi. Questo difficilmente coincide con il tempo misurabile, con il tempo documentabile, con il tempo pubblico. Il tempo che noi siamo è fatto di momenti tra i quali, dal punto di vista fisico, non c’è nessuna continuità: questo era il grande problema di Eraclito – poi ripreso addirittura da Hegel. Eraclito diceva che il momento della nascita e il momento della morte coincidono: questo perché per l’ animale, che non ha la capacità di fare calcoli, e misurare o comprendere le misurazioni, non vi è un prima ed un poi. A lui tutto capita come se l’unica realtà della vita fosse il presente. Noi uomini avvertiamo la differenza. Sentiamo il prima e il poi. Il quale sentire è all’origine della memoria e quindi della cultura, ma ne è anche rinforzato e sviluppato. Sono processi circolari. Attraverso la costruzione culturale, abbiamo imparato a conservare le memorie. 

La memoria ci consente di rappresentarci ancora gli eventi passati. La più rovinosa delle sconnessioni (e ritorniamo al tema delle sconnessioni) avviene fra i vari momenti della nostra  vita se non                                                                                                   

siamo in grado di costruire quella che i filosofi (cito Bergson, come ultimo ) chiamavano la durata.

Mentre voi parlate con me non parlate soltanto con questa figura di vecchio,  quale sono in questo momento, ripresa da un obiettivo meccanico ma voi parlate con una storia partendo dalle parole,  che in questo momento pronuncio. Come potrebbero esserci le mie parole  se non fossero la memoria di tutte le parole che ho imparato, di tutti i discorsi che ho fatto e di tutti i libri che ho letto: in queste mie parole non ci sono soltanto i suoni verbali, ma anche condensati in simboli le emozioni, gli affetti, le gioie, i dolori che da me sono stati vissuti. Il tesoro più straordinario dell’uomo è la capacità della durata. Una madre gatta, quando il cucciolo ha superato una certa età, non lo ricorda più comefiglio, e può anche accoppiarsi con esso. Mia madre ed io siamo rimasti coscientemente madre e figlio finché lei è vissuta, nonostante i cambiamenti a ciascuno di noi imposti con l’avanzare dell’età. Il tesoro della durata viene colpito perché la comunicazione è sempre più povera di personale umanità. La nostra storia scompare, quindi non siamo più popolo perché il popolo – qualunque sia la sua definizione – comporta una compresenza di storie: non c’è la storia di un popolo ma c’è la storia  di tutti coloro che fanno parte di quel popolo e quindi lo scartar queste viventi storie dissolve ogni presenza di popolo. Resta solo una moltitudine, come una massa di foglie d’autunno, come una massa  di granellini di polvere. Dice un saggio cinese che il popolo ridotto a moltitudine è come la sabbia che,quando il sole diventa troppo ardente, si secca tanto che al primo soffio di vento si disperde e, quando piove a lungo diventa fango. Questo mi sembra l’aspetto tragico della situazione attuale nella quale ci troviamo.

Gianfranco Nappi: Ti proporrei di fare un salto dal passato al futuro. Ritornando all’intervista di Gnoli, che mi ha colpito fra le tante lette, tu dici L’umanità sta uscendo sconfitta dal troppo. C’è troppo di tutto. Almeno qui, in Occidente. Cominciamo a viaggiare più leggeri”.Forse questo è un altro modo di nominare, almeno io ho letto così, la più grande crisi di relazione tra l’uomo e la sua stessa vita e la vita sul pianeta perché esserci caricati di troppo è avvenuto a discapito dell’ambiente, della natura. Al tempo stesso, se una parte dell’umanità si è caricata di troppo ce n’è un’altra che è rimasta con meno, in modo insufficiente: ecco il grande tema delle ingiustizie e della distribuzione della ricchezza. Tu, Aldo, come vedi il viaggio verso il futuro? Nella presentazione del primo numero di Infinitimondi con l’Associazione Vis Roboris della cara Rosanna Bonsignore tu hai fatto una bellissima riflessione: il futuro spaventa perché è incognito. A maggior ragione sotto il premere di questa velocità di cambiamento  così rapido per cui, a stento, si colgono i tratti e mentre si colgono il cambiamento è già andato più avanti. Sembra che non si hanno più punti di riferimento, indicazioni per una navigazione mentre altre generazioni hanno avuto la rotta, si sono sentite nel vento della storia. Credevano in un possibile futuro dell’umanità che si sarebbe affermato quasi come una necessità. Idea che poi si è rivelata infondata. Forse però lo stesso carattere incognito del futuro suscita un grande fascino: se il futuro è incognito (tua bellissima osservazione) vuol dire che non è dato, vuol dire che nessuno ne ha definito confini, ne ha predeterminato esiti e in qualche modo è ancora nelle nostre mani. Questo è un grande messaggio da indirizzare  ai giovani.

 

Aldo Masullo: Ancora una volta torniamo al tema della durata. La durata non ha soltanto un valore di conservazione, la durata contiene dentro di sé l’energia per elaborare il futuro. Qui è il punto. Noi parliamo di situazione nichilistica che caratterizza il nostro tempo. Il nichilismo coincide con il venir meno di quello che Hegel chiamava il potere della mediazione. Adesso noi stiamo ragionando. Siamo partiti da un certo punto, e ora siamo arrivati a parlare del futuro. Non è che siamo entrati qui  e improvvisamente abbiamo capito tutto. Abbiamo fatto dei passi: ecco il processo che è mediazione, cioè il passaggio da un A a un B grazie a un C che sta in mezzo. Qui nasce il sillogismo aristotelico, che ancora oggi è la base – chicché si dica – del ragionamento umano. Se – a partire dai rapporti privati per arrivare ai collettivi, o  a partire dai rapporti collettivi per arrivare ai privati –  ci troviamo comunque di fronte a alla “polverizzazione” della poco fa richiamata metafora cinese, ciò denuncia che è venuta meno la mediazione, e il processo si ferma.  Non abbiamo più un punto di vista sulla realtà, ci stiamo dentro passivamente, ma non abbiamo un punto di vista. E allora il futuro? Uno dei momenti decisivi nella storia dell’epistemologiacontemporanea è quello in cui,  soprattutto grazie alla fisica del ‘900,  siamo passati da una concezione deterministica della realtà ad una probabilistica. La scienza scopre nei processi evolutivi la presenza di rotture e salti che io, in un libro del 1995, suggestivamente chiamai “grazia”. La realtà si fa per eventi talvolta imprevedibili, che rompono catene di fattori da cui sembrava impossibile liberarsi. Questa è la buona ragione negativa per considerare possibile  decidere sul fronte. La buona ragione positiva è il coraggio. Bisogna avere il coraggio di non avere paura. Occorre sempre contare sulle occasioni. Purtroppo molti si danno da fare per impedire ogni iniziativa. Impegnarsi per agire sul futuro è invece la forza della giovinezza. Giustamente, contro il suo maestro che aveva sostenuto che l ‘esistenza umana è l’essere per la morte,  Hanna Arendt con forza afferma che il senso della vita sta nella nascita: del tutto nuova, inaspettata e riapre i giochi della vita che sembravano chiusi. Questo è un punto di pedagogia politica su cui ogni autentico progressismo dovrebbe oggi concentrarsi.

Gianfranco Nappi: Vorrei  rivolgere l’attenzione sulle forze che  nel presente tendono a contrastare l’apertura al futuro e vorrei chiederti  un’ultima riflessione sull’Europa. Da un lato noi diciamo che c’è un futuro aperto a condizione che si eserciti una forza e un peso all’Europa. Ma l’Europa in questo momento si sta caratterizzando come l’area più ricca del mondo  che ha più paura ed erige barriere, steccati e muri. Questo è il segno di una forza dell’Europa o il segno di una crisi, di un declino? Ai muri si accompagna un declino: rompere i muri, o immaginare un futuro senza muri, è un bisogno etico di dovere di accoglienza verso chi ha meno e vive maggiori difficoltà. Serve anche a noi?Rompere i muri serve all’Europa anche per recuperare una funzione nel mondo?

Aldo Masullo: Tu hai messo in mezzo questa parola: etica. Io credo che questa parola oggi abbia un peso enorme. Esso è il centro necessario della riflessione politica. Con quel che si è sempre chiamato filosofia, pensiero riflessivo, e che, come Aristotele diceva, “non serve ”, ma proprio perché non serve è libero. Un tempo si costruivano metafisiche e sulla natura immaginosi saperi. Nella cultura  della modernità la metafisica è stata mandata in soffitta, e come sia fatto il mondo si cerca più efficacemente di capirlo con strumenti intellettuali penetranti come le scienze matematico – sperimentali. E’ evidente che queste scienze non ci scoprono l’Essere, l’UnoTutto. Esse ci danno utili informazioni sulle singole parti del mondo. Io non sono crociano ma ho sempre sostenuto che Croce ha ragione nel considerare pseudo-concetti le asserzioni delle scienze correnti: questa tesi non è un’offesa che si fa ad esse, ma semplicemente sottolinea che esse, utilissime come sono, non possono pretendere di avere quella assolutezza che neppure la filosofia può pretendere di avere.Invero le asserzioni scientifiche sono formazioni mentali potenti, calcoli elaborati sulle quantità misurabili delle cose del mondo. La scienza è prassi nient’altro che prassi. Poi c’è l’arte, e c’è l’economia, ci sono forme della mente come la religione e il gioco. Sembra allora che il pensiero filosofico sia inutile? Certamente no. La filosofia ha una competenza privilegiata, l’etica. L’etica non è un settore della filosofia: è la filosofia. In effetti, io potrei ritenermi potentissimo, perché ho a mia disposizione tutti gli strumenti della tecnologia, perché so della realtà tutto quello che le scienze più avanzate sono riuscite a farmi sapere. Ma io potrei stare sicuro solo se fossi da solo nel mondo. Il fatto è che il mondo è affollato di uomini. Io mi trovo in un rapporto incessante di scambio, e sempre in qualche modo in competizione con altre persone. Sono perciò costretto a chiedermi come io possa comportarmi al meglio, come debba comportarmi, in rapporto con loro. Non posso considerarle cose o ingenui animali, nel qual caso io stesso non potrei considerarmi persona. Se io mi  considero persona, cioè soggetto libero, non posso non ammettere che soggetti liberi siano anche quegli altri con cui io mi rapporto. Se io mi trovo, ineludibilmente, dentro questo rapporto, innanzitutto  gli altri soggetti io  debbo rispettarli e negoziare con loro le modalità dei nostri scambi con forza pacifica. E’ questa la forza del sapere e delle istituzioni,  mai  assoluta, ma relativa, perché deve esercitarsi in relazione alle altrui volontà. Questo è il punto centrale e solo su questo si può costruire la politica: una politica che non parta  dalla cieca convinzione di avere il monopolio della ragione e della forza, dalla convinzione che chiunque si trovi di fronte a noi sia di qualità inferiore a noi. Il problema oggi è costruire dei modelli di relazione, seguendo i quali noi possiamo aprirci ad una pacifica creatività.

Domenico Parziale: come si sta evolvendo la politica in questo momento? Voglio chiedere: noi stiamo andando verso una relazione di rapporti personali oppure ci sono poche persone potenti che stanno influenzando la politica, l’economia e in qualche modo il nostro futuro? Lei che pensa?

Aldo Masullo : Questa è la domanda che riassume tutto quello che abbiamo detto come domanda; le risposte non le abbiamo date, ma le domande si. In effetti, è una delle ragioni per cui sin dall’inizio sono stato avversario del Movimento 5Stelle. 

Gianfranco Nappi: Più di Salvini?

Aldo Masullo: Paradossalmente Salvini è meno pericoloso dei 5S. A livello tattico è più pericoloso di questi, a livello strategico lo è meno perché dietro il Movimento dei 5Stelle c’è un’ideologia che collide con il senso della modernità contraria a tutto quello che abbiamo detto. E’ l’ideologia di una società totalitaria, automatizzata, in cui tutti gli scambi sono determinati da un potere calcolante centrale. La  piattaforma Rousseau è in nuce, in forma embrionale, il centro di un sistema di decisione e controllo che sembra aprirsi alla volontà del popolo ma in effetti la condiziona e la riduce al proprio progetto. Si tratta insomma della pretesa ideologica di una società organizzata  sulla base di espropriazioni sistematiche e capillari dell’umanità, degl’individui umani. E’ la prospettiva che denuncia il nostro Michele Mezza. E’ la situazione nella quale ci stiamo sempre più a fondo conficcando, inesorabilmente sospinti dai meccanismi  del calcolo. Michele pone il problema decisivo: con quali forze e processi si può utilizzare l’algoritmo, cioè la tecnica della macchina calcolante, a vantaggiodella  democrazia anziché della tirannia di pochi?E’ una domanda di non facile risposta. Qui  è il problema. 

La lotta è impari, ma non resta che il coraggio dell’etica. 

Dobbiamo fare come i carbonari del primo ‘800: raggrupparci, discutere fra noi, alimentare una solidarietà nuova. Quando parlo con i ragazzi mi capiscono. Si mostra  una volontà nuova, ancora esitante, ma non disimpegnata.. Certo se nessuno parla a loro, se ognuno di noi si chiude nel proprio studio o nel proprio salotto, tutto si perde.

 

Rosanna Bonsignore : Aldo oggi è il 29 novembre 2018, ti chiedo ora un messaggio per noi qui presenti che cerchiamo di essere ancora coraggiosi. Io mi sento coraggiosa.

Aldo Masullo: Io non posso che ripetere quello che dico sempre  e che ho detto anche poco fa: bisogna avere il coraggio di essere etici, etici non significa moralisti, ma razionalmente aperti alla presenza di altri e di altro da noi, disposti ad esplorare, ad inventare modi migliori dei vecchi per stare insieme con dignità.

Un grande grazie all’unisono.

Vittorio Avella, Rosanna Bonsignore, Gianfranco Nappi, Domenico Parziale.

Appendice su Berlinguer

Gianfranco Nappi: Aldo per un’altra finalità mi puoi regalare tre minuti su Enrico Berlinguer perché sto costruendo una cosa dedicata a lui.

Aldo Masullo: Io dico che Berlinguer è una figura patetica, nel senso forte della parola patetica, è una personalità che ha immaginato un’azione politica impossibile perché ha immaginato la trasformazione di un sistema politico partitico come era il Partito Comunista e, attraverso la trasformazione di questo sistema, immaginava di trasformare la società italiana. La società è molto difficilmente trasformabile  e ancor meno trasformabile attraverso lo strumento, relativamente debole qual’era il Partito Comunista Italiano perché era uno strumento nel quale la politica si alimentava da un lato di una presenza di popolo, di classe – di qualcosa di molto concreto che oggi non c’è da nessuna parte, oggi non ci sono 

più classi e la classe è un popolo. La classe è una situazione nella quale una molteplicità di persone che si trovano oggettivamente dalla stessa parte e quindi sono capaci di avere coraggio e di fare certe battaglie. La forza del Partito Comunista era di avere dietro di sé questa classe; la sua debolezza – dal punto di vista della sua impostazione ideologica e del personale a livello di direzione del Partito-  era che il Partito Comunista costituiva una formazione ideologica ed un insieme di persone che avevano dentro di sé l’idea che la società potesse salvarsi e diventare veramente democratica attraverso una forte direzione sia pure temporanea. E’ il principio leninista e questo è debole: lo ha dimostrato la storia. Io frequentavo le sezioni del Partito Comunista degli anni 70 e ricordo che gli operai e gli studenti mi volevano molto bene per due ragioni: prima,  perché io parlavo con un linguaggio diverso da quello del partito e davo un senso di libertà che ogni modo di parlare gergale esclude; seconda, perché mi sentivano molto vicino a loro da un punto di vista non politico, astratto ma umano. Volendo o non volendo, il dirigente comunista, soprattutto di alto livello, mostrava di essere vicino, compagno ma portava dentro di sé il tratto inconfondibile di senso di superiorità sugli altri. “Io sono il Partito e solo io riesco a riscattare, voi povera gente” E’ un fatto psicologico profondo, di massa. 

 

A cura  di  Rosanna Bonsignore.

 

 

                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

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